L'artista

Ferrara, Palazzo dei Diamanti - dal 17 ottobre 2010 al 30 gennaio 2011
Jean Siméon Chardin nasce a Parigi il 2 novembre 1699, da Jean Chardin, fabbricante di biliardi, e Jeanne-Françoise David.
Attratto fin da giovane dall'arte, Chardin entra presto come apprendista nello studio di un pittore di storia. La sua formazione si distingue però da quella dei suoi colleghi: solo parzialmente, infatti, seguirà gli insegnamenti dell'Accademia, ad esempio non compiendo mai il tradizionale viaggio d'istruzione in Italia, preferendo l'osservazione diretta della realtà allo studio dei grandi maestri del passato.

Dopo i primi tentativi con soggetti tradizionali, decide di seguire la propria vocazione per la natura morta, o pittura "di caccia" come veniva definita al tempo, un genere considerato minore nella rigida gerarchia figurativa dell'epoca e che offriva possibilità di carriera più limitate. Determinante, a quanto narrano le fonti, sembra essere stato per l'artista l'incontro con una lepre morta che Chardin voleva dipingere «nel modo più veritiero possibile» e con uno stile nuovo, dimenticando, come affermava lo stesso pittore, «quello che ho visto e anche le maniera in cui questi oggetti sono stati raffigurati da altri».
Chardin viene ammesso all'Accademia reale di pittura e scultura il 25 settembre 1728 come pittore specializzato «nella raffigurazione di animali e frutta» (dopo aver tentato già nel 1719 l'ammissione alla prestigiosa istituzione). Uno dei biografi dell'artista, Charles-Nicolas Cochin, racconta che il giovane pittore aveva sottoposto ad una parte della commissione i propri quadri senza dichiararne la paternità al fine di ricevere un giudizio il più sincero possibile; gli accademici, ignari che fossero opere di Chardin, li scambiarono per dipinti fiamminghi del secolo precedente, elogiando il realismo, il raffinato colorismo e la straordinaria resa della luce che caratterizzavano le composizioni.

Dopo un esordio difficile, tra il 1730-31 arrivano le prime commissioni ufficiali come il restauro degli affreschi della galleria Francesco I a Fontainebleau, progetto per cui collabora al fianco di Jean-Baptiste van Loo. Questo periodo è per Chardin un momento di ricerca durante il quale il pittore amplia la gamma dei suoi soggetti e sperimenta nuove soluzioni compositive: inizia a dipingere quegli oggetti d'uso domestico di cui amava osservare e riprodurre le forme, la varietà dei materiali, i colori cangianti e i riflessi di luce. Come afferma il curatore della mostra Pierre Rosenberg, nessuno prima di Chardin è riuscito a svelare la bellezza dei semplici utensili quotidiani, comuni e familiari creando con la sua arte unica opere dalla «quiete silenziosa e grave che ci induce a fantasticare».
All'inizio degli anni Trenta, Chardin dipinge anche le sueprime composizioni con figure. Si tratta di una vera e propria svolta nella sua carriera che determinerà a partire dal 1737, anno in cui comincia ad esporre al Salon del Louvre, la consacrazione definitiva presso il pubblico e la critica. Si tratta di un repertorio inedito e personale con cui l'artista, rifuggendo ogni particolare pittoresco o aneddotico, crea deliziose scene di genere i cui protagonisti, domestici o rampolli della borghesia francese, sono ritratti nello svolgimento di semplici attività quotidiane. Nascono così alcuni dei suoi massimi capolavori quali il celebre Le bolle di sapone del 1734 circa, di cui Chardin realizzerà più versioni, la splendida Bambina col volano del 1737 o il Giovane disegnatore del 1738.

Qualche anno dopo la morte della prima moglie Marguerite Saintard nel 1735, Chardin sposa, in seconde nozze, Françoise-Marguerite Pouget, di estrazione borghese, che lo introduce in un nuovo ambiente ricco di stimoli per la sua carriera. Chardin propone in questi anni una vera e propria alternativa all'imperante pittura di storia, divenendo il cantore di un'altra Parigi, di un mondo, quello della piccola e media borghesia, lontano dai clamori della vita di corte. I suoi quadri rappresentano un vero e proprio "caso" nella Francia del tempo. A testimoniare lo stupore e il fascino che le sue composizioni esercitano sul pubblico vi sono le recensioni delle esposizioni al Salon: primo fra tutti Diderot, che definisce il pittore «grande mago», «scienziato del colore e dell'armonia». Alla stima degli intellettuali e dei critici si unisce ben presto anche quella del sovrano Luigi XV – cui Chardin dona due dei suoi capolavori, la Madre laboriosa e il Benedicite – il quale, nel 1757, gli concede il privilegio di risiedere e lavorare al Louvre.
L'affermazione del pittore presso i circoli accademici è segnata dall'elezione a tesoriere dell'Accademia reale nel 1755, seguita nel 1761 dalla prestigiosa nomina a responsabile degli allestimenti del Salon annuale del Louvre. Durante gli anni Sessanta le opere di Chardin varcano anche i confini nazionali e vengono riprodotte e diffuse da importanti riviste straniere come, ad esempio, il British Magazine. La notorietà di Chardin giunge fino in Russia dove Caterina II gli commissiona alcune opere per l'Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo (Gli attributi delle arti e le ricompense loro accordate, 1766).
In questi anni alcune tristi vicende colpiscono la famiglia dell'artista: nel 1762 il primogenito Jean-Pierre, che aveva scelto di seguire le orme paterne, viene rapito da alcuni corsari a largo di Genova durante il viaggio di ritorno in patria a seguito del soggiorno romano presso l'Accademia di Francia. Sopravvissuto al sequestro, nel 1767 il giovane Chardin si trasferisce a Venezia, al seguito dell'Ambasciatore francese presso la Serenissima; qui, il 7 luglio del 1772, Jean-Pierre trova la morte affogando in un canale, forse intenzionalmente, come suggeriscono le cronache del tempo.

Gli ultimi anni dell'artista sono segnati da una grave malattia agli occhi, l'amaurosi, che gli impedisce di proseguire a dipingere ad olio. Tuttavia, senza perdersi d'animo, l'anziano maestro inaugura una nuova stagione della sua arte e, dedicandosi alla delicata tecnica del pastello, dà vita a ritratti e studi di teste a grandezza naturale connotati da una straordinaria intensità psicologica: «Le mie infermità», scrive Chardin nel 1778 in una lunga lettera indirizzata al sovrintendente agli edifici della Corona, «m'hanno impedito di continuare a dipingere a olio; mi sono gettato sul pastello che mi ha fatto raccogliere ancora qualche fiore.» Saranno questi ultimi, toccanti capolavori ad attirare l'attenzione del pubblico e della critica del Salon, ma anche quella di una delle figlie del re, Madame Victoire, che farà dono all'artista di una scatola d'oro forse proprio per contraccambiare l'offerta di un pastello.
All'età di 80 anni, il 6 dicembre del 1779, Chardin si spegne nella sua abitazione al Louvre.


PALAZZO DEI DIAMANTI
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