L'arte a Parigi negli "anni folli"

Pubblichiamo di seguito un testo scritto da una delle curatrici della mostra, e direttrice delle Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, Maria Luisa Pacelli diffuso in occasione di recenti concerti organizzati da Ferrara Musica e dedicati alla nostra prossima mostra.

Nel dopoguerra e durante tutti gli anni Venti, Parigi vive una eccezionale fioritura della vita artistica e culturale. I suoi costumi liberali, il fermento intellettuale, i teatri, i caffè, il jazz, le gallerie, concorrono a farne un luogo mitico per gli artisti che arrivano da ogni parte del mondo in cerca di fortuna e celebrità.

Alla prorompente vitalità della capitale francese in quelli che furono chiamati “gli anni folli” contribuiscono senza dubbio il senso di liberazione e il desiderio di rinascita connessi alla fine del conflitto. Ma la guerra, da cui pure la Francia è uscita vittoriosa, ha colpito duramente il paese, lasciando ferite materiali e psicologiche non meno pesanti che in altre parti d’Europa.

L’ambivalenza degli umori del periodo, oscillanti tra la speranza in un futuro luminoso e una profonda incertezza, in ambito artistico si riflette in una modernità inquieta, espressa con una polifonia di voci e con un caleidoscopio di stili, contraddistinti ora dalla volontà di rompere con il passato per ripartire da zero, ora dalla necessità di un nuovo tipo di ordine, ricostruito sulle rassicuranti fondamenta della tradizione.

L’immagine della “festa mobile”, con la quale Hemingway rappresenta la Parigi di quel periodo, riflesso tanto della gioia per la fine della guerra quanto del desiderio di dimenticare nell’ebbrezza l’angoscia e i traumi che essa si è lasciata alle spalle, ben si presta a fotografare l’ambiente bohémien di Montparnasse, dove la vasta compagine degli stranieri ha stabilito il proprio quartier generale. Sotto il largo ombrello della cosiddetta “Scuola di Parigi”, questi pittori e scultori, tra i quali figurano Modigliani, Chagall, Lipchitz, Van Dongen, Foujita, Soutine e molti altri, non condividono una poetica, un leader o un manifesto, ma sono accomunati da uno stile che, privilegiando il genere del nudo e del ritratto, è in linea con la tradizione figurativa e manifesta la propria unicità nella ricerca di forme espressive fortemente personali, coerenti al sogno di libertà che li aveva spinti a trasferirsi a Parigi.

Accanto a loro, molti dei maestri che avevano animato la stagione delle avanguardie storiche sono ancora protagonisti della scena artistica, primo fra tutti Picasso il cui genio si dispiega su molteplici fronti. Pur senza abbandonare, nella discrezione del suo studio, l’ardita sperimentazione di tecniche e materiali che aveva contraddistinto il suo lavoro negli anni precedenti, egli è tra i primi, con Derain e De Chirico, a guardare all’arte del passato per gettare le basi di un moderno classicismo, mentre la radicalità del linguaggio cubista nei suoi dipinti, così come nei coevi capolavori di Braque e nelle opere di Gris, evolve in un canone sofisticato ed elegante, di certo più appetibile per il rifiorito mercato dell’arte. Anche Matisse, del resto, ha abbandonato le tensioni della sua ricerca prebellica e le odalische, i giardini e gli interni pieni di luce che dipinge nel sud della Francia, e che regolarmente espone a Parigi, sono una vera e propria festa per gli occhi in cui si manifesta tutta la sua inarrivabile maestria di colorista. Di un analogo, appagato sensualismo si ammanta anche l’iridescente pittura dell’amico Bonnard.

Esperienze fondamentali per lo sviluppo e il rinnovamento artistico del periodo furono le produzioni dei Balletti Russi di Diaghilev e dei Balletti Svedesi di Rolf de Maré, per le quali vennero chiamati a raccolta alcuni dei maggiori artisti, coreografi, scrittori, e musicisti contemporanei. A dare inizio alla diffusa reazione antimodernista degli anni Venti fu, ad esempio, il balletto Parade, messo in scena da Diaghilev nel maggio del 1917. Alla sua realizzazione lavorarono Picasso, che disegnò i costumi e dipinse il celebre sipario, con elementi cubisti e naturalisti uniti a figure dell’arte popolare, Eric Satie che compose la musica, Léonide Massine che si occupò della coreografia e Jean Cocteau del libretto. Non è un caso che, proprio nella ricchezza e nella polifonia di queste collaborazioni, gli artisti visivi espressero spesso le punte più avanzate della propria ricerca, liberando energie creative che indussero alcuni di loro ad addentarsi in sperimentazioni ancora più audaci. Ne è un esempio quella di Léger con “la settima arte”, nel film Ballet Mécanique del 1924, che con la sua illogica ripetizione di spezzoni trovati, l’ipnotica moltiplicazione di forme e scomposizione di corpi, fu la più ardita incursione dell’artista nell’astrazione.

In pittura la ricerca in ambito astratto, poco congeniale alla tradizione francese ma assai diffusa nel resto d’Europa, è rappresentata in primo luogo dall’arte di Mondrian. Stabilitosi a Parigi nel 1919, qui l’artista olandese trova gli stimoli, a partire dal cubismo, per sviluppare appieno la sua estetica neoplastica, improntata a un principio di ordine universale, a suo modo conforme allo spirito classicista del contesto parigino degli anni Venti. Contemporaneamente, però, non mancano esperienze di segno completamente diverso e con il dadaismo e la successiva nascita del movimento surrealista anche l’esigenza di rottura e lo spirito rivoluzionario tipico dell’avanguardia prorompono di nuovo sulla scena parigina. Trasmigrato dall’esperienza zurighese, il gruppo dada, che a Parigi ebbe tra i suoi protagonisti Max Ernst, Picabia, Duchamp, Arp e Man Ray, con la sua ironia corrosiva e demistificatrice, rappresentò ad un tempo il culmine e la negazione di tutti i miti progressisti delle avanguardie. Da quelle macerie il surrealismo, impiegando ogni mezzo dell’espressione artistica, e sotto l’egida di Marx e Freud, si impegnò nell’ambiziosa impresa di restituire un senso nuovo al mondo, che portasse alla libertà tanto spirituale quanto materiale dell’uomo. È in questa direzione che si dispiegano gli universi onirici delle tele di Magritte e Miró e che muovono le sperimentazioni con le pratiche di scrittura e pittura automatiche, fondate sulla liberazione dell’inconscio, utilizzate tanto da Breton, Eluard e altri letterati, quanto dai pittori Masson ed Ernst. Ma, presto, come era accaduto alle avanguardie degli anni Dieci, il sogno di dare al mondo una possibilità di essere diverso e migliore da quello che era stato si sarebbe dissolto in un nuovo e ben più fosco scenario di guerra, prefigurato, fin dalle soglie degli anni Trenta, nell’opera di molti dei principali artisti del movimento, a partire dagli inquietanti panorami di Dalí e Tanguy fino agli incubi crudeli messi in scena nei capolavori di Buñuel.


PALAZZO DEI DIAMANTI
Corso Ercole I d’Este 21, 44121 Ferrara
tel +39 0532 244949